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giovedì 13 giugno 2013

Secondo Pimco il mondo rischia un'altra recessione

L'Europa non può andare avanti ancora a lungo «cavandosela alla bell’e meglio» tra un’economia che non cresce e un’unione monetaria perennemente traballante. Secondo Pimco – colossale fondo di investimento che gestisce più di 2mila miliardi di dollari – nel giro di 3-5 anni il Vecchio Continente arriverà a un bivio. Da un lato ci sarà la strada buona dell’Europa più unita: quindi integrazione fiscale, unione bancaria, riforme per aumentare la flessibilità e più legittimazione democratica per Bruxelles. Dall’altro lato ci sarà la strada cattiva, con l’insolvenza di una grande economia (Spagna o Italia) e la sua uscita dall’unione monetaria. Mentre procede verso quel bivio, l’Europa rischia di ritrovarsi «zombificata»: non cresce, chi presta soldi agli Stati e alle banche rischia di essere chiamato a gestirne il salvataggio (come è successo in Grecia e a Cipro), la Bce prende tempo e le riforme necessarie a rilanciare l’economia creano scontento sociale, alimentando i partiti euroscettici.
Certo, lo scenario disegnato da Pimco nel suo "Secular Outlook" è discutibile, però il fondo ha costruito la sua visione per i prossimi 3-5 anni mettendo assieme le analisi dei suoi migliori manager e contributi autorevoli come quelli dell’ex presidente della Banca Mondiale Robert Zoellick o di Elena Salgado, ministro delle Finanze spagnolo tra il 2009 e il 2011. Ed è in base a queste previsioni che il fondo sta facendo le scelte di investimento a lungo termine sui soldi che gestisce. Trattandosi di una cifra superiore al Pil italiano, difficilmente ci si può accontentarsi di analisi superficiali.
L’idea di base è che fino al 2006 il mondo avesse trovato uno «squilibrio stabile» con una crescita gonfiata in maniera artificiale. Lo squilibrio si è risolto con la crisi, che ha creato un nuovo equilibrio al ribasso, con il ridimensionamento delle grandi economie e la crescita di nuove potenze. Oggi quell’equilibrio è altamente instabile ed entro il 2018 si risolverà. Forse con un ritorno a una potente crescita mondiale o forse con una nuova recessione. Per Pimco al 60% sarà recessione.
L’Europa, secondo lo studio presentato a Milano dal manager Saumil Parikh, non sarà l’unica ad andare verso un bivio. Lo stesso capiterà al Giappone: da un lato se la politica fiscale e monetaria ultra-aggressiva che sta sperimentando il nuovo premier Shinzo Abe funzionerà Tokyo nel giro di qualche anno tornerà a una crescita equilibrata; dall’altro se l’esperimento nipponico fallirà (e Pimco tende a pensare che andrà così) il Giappone non riuscirà a ritrovare la crescita e a causa del fiume di denaro riversato nel sistema sarà meno competitivo di adesso. Più tranquillo lo scenario per Stati Uniti e Cina. I primi dovrebbero raggiungere una «velocità di crociera» del 2%, ma devono riuscire a passare da una crescita assistita dalla spesa pubblica a una crescita autonoma. A Pechino l’espansione del Pil rallenterà al 6-7,5%. La Cina dovrà riuscire a passare da un modello di crescita export-dipendente a uno basato sui consumi interni. «È la grande sfida dei prossimi 18 mesi» avverte Pimco. L’alternativa è l’esplosione della bolla del credito cinese. Naturalmente è pericolosissima.

mercoledì 17 aprile 2013

L'oro di Cipro

Il punto 29 del piano di salvataggio di Cipro prevede la vendita delle riserve d'oro del paese per incassare 400 milioni di euro. Secondo i numeri del Fondo monetario internazionale Cipro ha 13,9 tonnellate d'oro. Con un euro dollaro a 1,3 e l'oro a 1.375 dollari una tonnellata d'oro vale circa 32 milioni di euro. L'intera riserva aurea di Cipro quindi oggi vale 445 milioni. Se la quotazione del'oro, in euro, scendesse di un altro 10%, però, anche vendendo tutto il suo oro Cipro non potrebbe rispettare i requisiti imposti dall'Europa.
da Zerohedge


lunedì 15 aprile 2013

I paradisi fiscali in Europa

Negli anni in cui l’economia euro­pea cresceva, nessuno a Bruxelles si era messo a fare lo schizzinoso con gli Stati dell’Unione Europea che aiu­tavano i cittadini degli altri a non pagare le tasse. Avere dei paradisi fiscali all’interno dell’Ue è stata considerata, per anni, una cosa normale. Era normale nel 2005 sce­gliere Jean-Claude Juncker come primo presidente permanente dell’Eurogruppo – il coordinamento dei ministri delle Finan­ze dell’area euro – e confermarlo per ben tre volte. In questo modo per 8 anni una delle più importanti istituzioni della mo­neta unica è stata guidata dallo storico pri­mo ministro del Lussemburgo, che è il più visibile paradiso fiscale dell’Ue. Il Lussem­burgo vive di finanza e garantisce un tota­le segreto bancario a chi apre un conto in uno dei suoi spor­telli. Questa preziosa riserva­tezza ha consentito alle ban­che del Granducato di accu­mulare depositi da tutto il mondo per un totale che vale circa 23 volte il suo Pil. Ma la pacchia è finita. Qualche gior­no fa il governo lussemburghese ha dovu­to cedere alle pressioni europee: dal 2015 rinuncerà al segreto bancario. Probabil­mente l’Europa lo costringerà ad abban­donare anche la sua altra cattiva abitudi­ne: quella di applicare un bassissimo livel­lo di tassazione sugli incassi finanziari, co­sì da spingere tante multinazionali a basa­re nel Granducato le loro holding per poi trasferire lì – sotto forma di dividendi o in­teressi – gli incassi raccolti nel resto d’Eu­ropa e nasconderli così al fisco.
Anche nella esemplare Austria c’è un rigo­roso segreto bancario. Maria Fekter, mini­stro delle Finanze austriaco, ricorderà que­sto suo pessimo fine settimana a Dublino, con i colleghi di tutt’Europa che insisteva­no per spingerla ad arrendersi come ha fat­to il Lussemburgo. Per ora ha resistito, an­che se ha finito per difendersi in maniera bambinesca: «Perché – ha attaccato venerdì – il G20 non fa niente per chiudere le la­vanderie di denaro nelle isole Cayman o nelle isole Vergini...o in Delaware?». Fekter poteva trovare argomentazioni migliori. Magari fare presente che il successore di Juncker alla guida dell’Eurogruppo è il rap­presentante di un altro autorevolissimo pa­radiso fiscale europeo. Jeroen Dijsselbloem è infatti il ministro delle Finanze dei Paesi Bassi, nazione che si permette di dare le­zioni alle economie in difficoltà pur sa­pendo di danneggiarle direttamente attra­verso un sistema di tassazione minima sul­le royalties e di trattati bilaterali con isolet­te esotiche che aiuta tante multinazionali a spedire in Olanda i loro incassi europei e quindi mandare il tutto alle Cayman pa­gando sull’intera cifra una tassazione ridi­cola. In questi viaggi di denaro dai Paesi Bassi ai Caraibi si passa spesso per un al­tro paradiso fiscale europeo, l’Irlanda, che non tassa i guadagni ottenuti all’estero da un’impresa nazionale.Davanti a furbizie così palesi da parte dei suoi membri storici, l’Unione Europea non si è potuta per­mettere di fare nulla per evi­tare che al suo interno na­scessero altri paradisi fiscali. Come Cipro, che non preve­deva tasse su dividendi, inte­ressi e vendite di azioni e ga­rantiva massima riservatezza su chi portava denaro dall’estero. Sembra­va un altro 'paradiso' mediterraneo, ora è un inferno: il piano di salvataggio europeo ha imposto all’isola tasse sui depositi ban­cari che possono arrivare quasi al 40%, chi aveva fatto la pensata di portare i suoi sol­di a Cipro è servito. Altri, invece, sono av­vertiti: la punizione inflitta ai ciprioti do­vrebbe servire da lezione anche a lettoni e maltesi, che con decisi tagli alle tasse sui profitti finanziari sembrano ambire a di­ventare i nuovi paradisi fiscali dell’Unione. In realtà, se il piano europeo avrà succes­so, di paradisi fiscali all’interno dell’Ue nel giro di qualche anno non ne sarà rimasto nessuno. Resteranno paradisi europei fuo­ri dall’Ue: la potente Svizzera, Andorra, il Principato di Monaco le Isole britanniche e il Liechtenstein. Ma sono realtà che si pos­sono stroncare con un po’ di volontà poli­tica. All’Italia sono bastati lo scudo fiscale e l’inserimento nella lista nera del Tesoro per lasciare senza i fondi dei nostri 'fur­betti' la Repubblica di San Marino.
da Avvenire

giovedì 21 marzo 2013

Perché Cipro non può riaprire le banche

 Cipro non lascerà riaprire le ban­che finché non avrà trovato u­na soluzione. Non basta vota­re contro il prelievo di 5,8 miliardi dai conti correnti concordato dal premier Nicos Anastasiades con l’Europa: or­mai i soldi messi in banca si sono rive­lati possibili provviste di emergenza del governo, appena ne avranno occa­sione i legittimi proprietari si affrette­ranno a ritirare quel denaro per por­tarlo in rifugi più sicuri. La chiusura delle banche, imposta dal governo ci­priota martedì scorso, è stata quindi prolungata fino a martedì prossimo (sfruttando anche un altro lunedì di vacanza). Per altri cinque giorni nem­meno un euro dei 70 miliardi deposi­tati nei conti delle banche dell’isola po­trà muoversi. Solo quando il salvatag­gio sarà definito bancomat e sportelli torneranno ad essere operativi.
Da qui a martedì il governo di Anasta­siades dovrà trovare una soluzione. Michalis Sarris, il suo ministro dell’E­conomia, è a Mosca per trattare un possibile aiuto dal Cremlino. Ha chie­sto al collega russo Anton Siluanov di prolungare di 5 anni, dal 2016 al 2021, la scadenza del prestito da 2,5 miliar­di che la Russia ha concesso a Cipro due anni fa, di ridurre il tasso di inte­resse di quel finanziamento (oggi al 4,5%) e di aggiungere un nuovo aiuto da 5 miliardi di euro. Sono richieste pesanti, ma Mosca, scrivono i giorna­li ciprioti, potrebbe ottenere in cam­bio quote negli enormi e non sfrutta­ti giacimenti di gas al largo dell’isola, pezzi di società pubbliche privatizza­bili (banche comprese) e proteggere i 20 miliardi di euro depositati a Cipro da cittadini russi.
Mentre il ministro Sarris tratta con i russi su scenari che portano il Paese fuori dall’euro, Anastasiades prosegue il negoziato con l’Europa per non la­sciare la moneta unica. Secondo le in­discrezioni il premier ha proposto alla troika un 'piano B' in cui avrebbe tro­vato 4,2 miliardi spostando intera­mente sui titoli di Stato ciprioti gli in­vestimenti dei suoi fondi pensione ma che includerebbe anche un prelievo sui depositi bancari oltre i 100mila eu­ro. Il piano sarà presentato oggi ai lea­der dei partiti che, se lo approvassero, arriverebbe subito in Parlamento. L’i­dea però non ha convinto i tecnici di Unione europea, Banca centrale e Fon­do monetario, che hanno giudicato la proposta poco praticabile e non suffi­ciente. Ora si sta lavorando a un 'pia­no C'. Nell’attesa la Banca centrale europea resterà ferma: da giugno fornisce alle tre banche di Cipro – Banca di Cipro, Laiki e Hellenic – 8 miliardi attraver­so il programma di emergenza Ela. È una cifra che vale il 50% del Pil ci­priota, senza garanzie sul salvataggio Draghi non farà altre concessioni. La crisi di Cipro nasce proprio dalle dif­ficoltà del suo sproporzionato siste­ma bancario (vale 8 volte il Pil) che dopo avere perso 3,5 miliardi investi­ti su titoli greci ora ha bisogno di 12 miliardi per non collassare.
Nicosia si è cacciata in un guaio che sta facendo emergere pesanti tensioni geopolitiche tra Mosca e Bruxelles, ma la sua economia è comunque poca co­sa: con 17,5 miliardi ha un Pil inferio­re a quello della sola Umbria. Per que­sto gli investitori non sono troppo spa­ventati. Ieri le Borse sono andate be­nissimo, con Milano che, spinta dalle banche, ha guadagnato il 2,2%, facen­do meglio di Parigi (+1,4%), Fran­coforte (+0,7%) e Londra (-0,1%). Più che alle notizie in arrivo da Nicosia, le Borse badavano a quelle che sarebbe­ro venute da New York, dove, a merca­ti europei chiusi, la Federal Reserve ha confermato che andrà avanti con le sue politiche ultra-espansive finché la ri­presa americana non sarà soddisfa­cente.

da Avvenire di oggi

lunedì 4 marzo 2013

I sindacati contro l'austerità dell'Olanda

In un'Olanda assomiglia sempre più a un paese dell'Europa del sud adesso c'è un problema con i sindacati: Il governo centrista di Mark Rutte, in carica da 4 mesi, ha varato nuove misure di austerità da 4 miliardi di euro per raggiungere gli obiettivi europei (l'obiettivo è riportare il deficit sotto il 3% l'anno prossimo, senza tagli sarebbe al 3,4%). In autunno sono state varate misure di austerità per 16 miliardi complessivi. Le nuove misure prevedono il congelamento dei salari degli statali e nuove tasse. Il capo del sindacato Fnv ha definito le misure "stupide e sconsiderate". L'economia dell'Olanda l'anno scorso si è contratta dell'1%. Per quest'anno ci si attende un calo dello 0,5%.

lunedì 17 dicembre 2012

Il Portogallo vuole tagliare le tasse sul reddito d'impresa

Il governo portoghese ha chiesto alla Commissione europea di portare la sua tassa sul reddito di impresa (l'equivalente dell'Ires italiana, che è al 27,5%) dal 25 al 10% per le nuove aziende. L'idea è che abbassando le tasse si possono attrarre investimenti esteri. E' qualcosa di simile a quello fatto dall'Irlanda, dove la tassa sul reddito delle imprese è al 12%. Un'aliquota al 10 c'è solo a Cipro e in Bulgaria. La media europea è al 22%. Proposte del genere o che almeno vanno in questa direzione  al momento non hanno trovato spazio nei "programmi" dei principali schieramenti politici italiani.

venerdì 14 dicembre 2012

I nuovi aiuti alla Grecia

Con la decisione di ieri l'Eurogruppo presterà 49,1 miliardi alla grecia. Di questi 34,3 miliardi saranno pagati la prossima settimana. E di questi 16 serviranno a ricapitalizzare le banche, 7 per la spesa pubblica, 11,3 per comprare i titoli di Stato ricomprati con il buyback (i titoli ricomprati valevano 34,3 miliardi di debito). L'obiettivo è permettere ad Atene di portare il debito pubblico al 124% nel 2020 e al 110% nel 2022..

lunedì 10 dicembre 2012

L'Olanda, il più europeo dei paradisi fiscali


Tra gli Stati-falchi che impongono l’austerità all’Unione Europea ce n’è uno che sembra schizofrenico. È l’Olanda, nazione tanto severa nel tassare i propri cittadini ed esigere il rigore dagli altri governi quanto tollerante con le multinazionali che la usano come base di partenza europea per trasferire in esotici paradisi fiscali i miliardi di euro incassati in Europa. Non ci sarebbe nulla di male, se la generosità fiscale degli olandesi non facesse perdere milioni di euro di entrate agli altri Stati dell’Unione.

In Italia la settimana scorsa si è parlato a lungo del caso di Google, che ha ricevuto una visita “fuori programma” della Finanza dopo che il racconto dei suoi complessi stratagemmi fiscali è arrivato alle orecchie del ministro Corrado Passera. Semplifichiamo: il motore di ricerca fattura in Irlanda i soldi della pubblicità venduta a clienti italiani, quindi sposta quasi tutti gli incassi nei Paesi Bassi pagando salate royalties alla sua controllata olandese e infine rimanda il denaro in Irlanda, a una holding di diritto irlandese basata però alle Bermuda. Alla fine del giro il denaro va ai Caraibi e lì si perdono le sue tracce. Google nel 2011 ha pagato appena 8 milioni di euro di tasse sui 12,5 miliardi fatturati in Europa.

Ma il motore di ricerca non è l’unico furbo in un mondo di ingenui. Applicano un sistema molto simile diverse aziende americane, e quasi tutti i colossi del Web, comprese Facebook, Apple, Amazon. Si è rivolta a commercialisti altrettanto abili anche Starbucks, la catena americana dei caffè che qualche giorno fa ha finito per arrendersi alle pressioni del fisco inglese accettando di pagare al Regno Unito 20 milioni di sterline. Dal 1998, anno in cui aveva aperto il suo primo caffè inglese, Starbucks aveva incassato 3 miliardi di sterline lasciando solo 8,6 milioni al fisco.

Colpisce, in tutte queste vicende di furbizie fiscali europee, come ci siano sempre di mezzo l’Irlanda e l’Olanda. Dublino fa meno scandalo perché la sua strategia è nota e più accettabile: arrivata agli anni Novanta come uno dei Paesi più poveri d’Europa, l’Irlanda è riuscita a catturare gli investimenti delle grandi aziende straniere applicando una tassazione bassissima sul reddito d’impresa (l’aliquota è al 12,5% contro il 31% italiano) e sul lavoro (il cuneo fiscale medio è del 15,2% contro il 35% della media europea). Il risultato è che diversi nuovi colossi americani hanno scelto di basare in Irlanda il loro quartier generale europeo, e lì hanno costruito uffici e assunto personale.

Nessuna multinazionale non olandese assumerebbe invece personale nei Paesi Bassi, dove le tasse sul lavoro e sul reddito di impresa non sono particolarmente convenienti. Le migliaia di società olandesi create da aziende straniere sono invece imprese fittizie, senza veri uffici e addetti, quasi sempre affidate a un “trust”, una fiduciaria. Sono società vuote, ma legali e molto diffuse. Hanno almeno una controllata finanziaria in Olanda 80 delle 100 aziende più grandi del mondo. Tra le tante multinazionali che hanno scelto Amsterdam come sede della propria attività europea ci sono Nike (che addirittura ha lì delle "cooperative"), Sun Microsystem, Ikea, Boeing, Disney, Prada, Gucci. È olandese anche Oilinvest, il fondo che raccoglieva i soldi della famiglia Gheddafi, e sarà olandese la nuova Fiat Industrial, dopo la fusione con la controllata Cnh.
Tutti vanno in Olanda perché lì c’è un ambiente fiscale che sembra pensato da un commercialista geniale. Per prima cosa le società olandesi non devono pagare tasse sui dividendi o sui profitti di capitale ottenuti all’estero da società controllate. Poi Amsterdam ha firmato una straordinaria quantità di patti fiscali con altre nazioni (circa un centinaio) per ridurre le ritenute alla fonte su dividendi, interessi e royalties (cioè diritti di proprietà intellettuale) incassati dall’estero. In particolare il patto firmato tra l’Olanda e l’Irlanda fissa l’aliquota a zero in tutti e tre i casi.

Gli accordi fiscali firmati negli anni dall’Olanda con ex colonie o attuali dipendenze esotiche – come l’isola di Aruba, a nord del Venezuela – consentono anche di trasferire denaro verso queste aree con una spesa minima, quando non gratis. Così convogliare ad Amsterdam i soldi rastrellati nel Vecchio Continente e da lì spedirli lontano dagli occhi del fisco europeo, magari ai Caraibi, consente enormi risparmi fiscali. I dati del Fondo monetario internazionale danno un’idea della dimensione di questo fenomeno: l’Olanda ha incassato nel 2011 3.327 miliardi di dollari di “investimenti” dall’estero, 200 miliardi in meno della somma degli investimenti diretti verso Cina e Stati Uniti.

Non è una recente furbizia ad avere reso l’Olanda così conveniente. I Paesi Bassi hanno sempre avuto un’economia basata sul commercio con l’estero. La Compagnia olandese delle Indie orientali, nata all’inizio del 600, è stata una delle prime multinazionali della storia. Evitare una doppia tassazione sui profitti che le società olandesi fanno all’estero è stata un esigenza antica e autentica, che però nel tempo si è trasformata in una cattiva abitudine. Già negli anni Ottanta andava di moda il cosiddetto “Dutch Sandwich” dei Gruppi nordamericani, che consisteva nel far girare i soldi dall’Olanda alle Antille Olandesi per schivare gli occhi del fisco. Quel panino troppo goloso è stato eliminato da Amsterdam - su pressione internazionale - negli anni Novanta. Ma quasi 15 anni dopo i “severi” Paesi Bassi sono ancora il porto franco che permette a tante multinazionali di mandare ai Caraibi i loro profitti europei lasciando a bocca asciutta gli agenti del fisco.
da Avvenire

sabato 25 agosto 2012

La deflazione che manca nella zona euro


Il principale problema della "periferia dell'euro" potrebbe essere che in questi paesi gli stipendi si stanno riducendo, ma i prezzi non scendono. Nel primo decennio dell'euro la periferia della zona euro ha avuto tassi di inflazione superiori a quelli tedeschi, aiutando la Germania a diventare il centro di produzione low cost dell'area. Perché la riduzione dei salari in Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna e Italia non danneggi i consumi interni occorre che anche i prezzi scendano, con tassi di inflazione che devono restare sotto quelli della Germania e in alcuni casi, come in Grecia, andare sotto zero. In Grecia, assicura Michail Chalaris, direttore dell'ispettorato nazionale sul lavoro "c'è margine per tagliare i prezzi senza eliminare i profitti. Forse il motivo è molto molto antico: l'avidità".
dal Wsj

lunedì 2 luglio 2012

La straordinaria crescita polacca

Secondo un recente studio dell'istituto di ricerca economica francese Coe-Rexecode i polacchi lavorano 1.975 ore all'anno, più dei tedeschi e molto più dei francesi, che si fermano a 1.679 ore all'anno. I tedeschi hanno un'efficienza doppia dei polacchi, ma i salari dei polacchi sono un quindi di quelli tedeschi.
Secondo una ricerca di Nomura, la Polonia sarebbe l'unico Paese europeo a non finire in recessione anche nel caso di uno scioglimento della zona euro. Tra il 2008 e il 2011 il Pil della Polonia è salito del 15,8%, quello dell'Europa è sceso dello 0,5%.
dal Ft


domenica 1 luglio 2012

I debiti delle regioni spagnole

Le regioni spagnole hano un debito di 145 miliardi e quest'anno devono raccogliere 35 miliardi di euro. Non sanno come fare, per questo hanno chiesto aiuto allo Stato centrale, che in cambio del sostegno pretende il rispetto di rigorose regole di bilancio. Madrid ha aperto per loro una linea di credito di 5 miliardi e gli ha prestato 17,7 miliardi per pagare i vecchi debiti. Per ora non può fare di più.

venerdì 29 giugno 2012

I nuovi dati sui tagli agli statali greci

Le Monde ha avuto accesso ai dati sul settore pubblico greco su cui si sta basando la Troika. Sono migliori di quelli presentati qualche giorno fa da To Vima. Dal 2009 il numero di dipendenti pubblici greci è sceso di 96.557 unità: a fine aprile gli statali greci erano 780.175, nel 2009 erano invece 876.732 e nel 2010 erano 846.569. Le stime della Troika dicono che a fine anno scenderanno a 770.481 mentre a fine 2015 in Grecia gli statali saranno 722.467. Nel 2011 Atene ha assunto 14.348 persone, avrebbe dovuto fermarsi a 8.000.



mercoledì 20 giugno 2012

Scommettere contro i Bund

Diversi gestori di grandi fondi hedge stanno scommettendo su un rialzo dei rendimenti dei Bund tedeschi. Pià del 50% dei manager di hedge fund riuniti sabato scorso a Monaco prevedono un raddoppio dei tassi dei Bund entro un anno. 

sabato 26 maggio 2012

Eurobond, qualche dubbio sull'esempio di Hamilton


Nel chiedere ai tedeschi di intervenire per garantire i debiti degli altri europei si cita spesso l'esempio di Alexander Hamilton che, da primo segretario al Tesoro degli Stati Uniti, nel suo First Report on the Public Credit propose che il governo federale che stava nascendo si facesse carico dei debiti delle 13 colonie che ne avrebbero fatto parte. Il Congresso approvò la sua idea ed evitò che alcuni degli Stati finissero in bancarotta.
Ma, avverte il Wsj, tra l'Europa di oggi e gli Usa di allora ci sono differenze non piccole. Hamilton non si fece carico dei debiti futuri, ma solo di quelli passati, che erano eredità delle spese sostenute per la guerra che ha permesso a quelle 13 colonie di diventare indipendenti e quindi potersi unire. Messi assieme i debiti del passato, quelli del futuro sarebbero rimasti separati. Difatti qualche stato americano ha poi fatto bancarotta nel Novecento e qualcuno rischia ancora di fallire. La seconda differenza è che Hamilton mise assieme i debiti sul principio che la guerra di indipendenza era una guerra da fare tutti assieme, e quindi i costi sostenuti andavano divisi tra tutti. Invece i debiti degli Stati europei sono stati fatti per interessi sempre domestici, non per qualche esigenza di spesa necessaria per unire sempre di più l'Ue.

martedì 22 maggio 2012

Il motore della crescita tedesca

Oggi a Milano Ludger Schuknecht, direttore generale del ministero delle Finanze tedesco, ha spiegato una cosa semplice: l'unico modo che la periferia europea ha di risolvere la sua crisi è rendersi abbastanza competitivo da tornare a crescere. Una riforma del lavoro che permetta di spostare la forza lavoro dalle imprese improduttive a quelle produttive sarebbe un primo passo. Il secondo è il contenimento dei salari. Nel frattempo tagliare tagliare tagliare la spesa pubblica.



La variazione del costo del lavoro in Germania e nella zona euro tra il 1995 e il 2011, dal Wsj

sabato 19 maggio 2012

Le colpe dello spread

"Bisogna ricordare che dal 1990 al 1995, prima che l’Italia si avviasse verso l’ingresso nell’euro, la media dello spread BTP-Bund era di 500 p.b.. Perché nessuno si lamentava allora? Perché avevamo ancora la lira e, all’occorrenza, era possibile che la lira si svalutasse, ridando fiato alla competitività del made in Italy. Naturalmente, da quando siamo nell’euro, quella possibilità di ridare ossigeno alle tante fabbrichette di casa nostra non c’è più. Però abbiamo avuto grandi vantaggi perché, per quasi quindi anni, abbiamo pagato i tassi tedeschi, o quasi, sui nostri debiti, ivi incluso il debito pubblico. Infatti, con l’avvento dell’euro, e già prima, lo spread si azzerava (o quasi) e rimaneva su quei livelli più o meno fino alla prima parte del 2011. E allora il conto lo si può fare di quanti interessi sul debito pubblico l’euro ci ha risparmiato per circa quindici anni. Calcolando prudenzialmente una riduzione dello spread di 400 p.b. rispetto al periodo pre-euro, si arriva almeno a 60 miliardi di minori interessi all’anno sul debito pubblico italiano. In tutto, se consideriamo il quindicennio nel quale abbiamo goduto del bonus “tedesco” sui tassi di interesse, si cumula un ammontare di oltre 800 miliardi di interessi risparmiati. Insomma, se i nostri politici – di destra e di sinistra – invece di rilassarsi e di accontentare i tanti loro amici avessero usato il bonus tedesco per ridurre il debito pubblico, oggi ci troveremmo con un rapporto debito pubblico/PIL (il valore della produzione di un anno intero) al 70%, anziché al livello attuale del 120%".
Giovanni Ferri, su FirstOnline

martedì 17 aprile 2012

I soldi che tornano dall'Opec

Secondo un'analisi dell'Agenzia internazionale dell'energia per ogni dollaro che gli Stati Uniti hanno speso per importare petrolio dai Paesi dell'Opec, nel 2011 sono tornati indietro (attraverso l'acquisto di prodotti made in Usa da parte dei cittadini dei Paesi Opec) 34 centesimi. Il dato è molto inferiore rispetto alla media 1970-2000, che vedeva tornare in Usa 55 centesimi per ogni dollaro dato all'Opec. Ancora peggio il Giappone: tornano 14 centesimi per ogni dollaro, contro una media storica di 43. Va invece benissimo l'Europa, alla quale tornano 80 centesimi per dollaro (come nella sua media storica), e va bene la Cina, con un ritorno di 64 centesimi (in passato non le tornava nulla).

Paulson gioca contro l'Europa

John Paulson, il 56enne titolare del fondo Paulson & Co., avrebbe detto ai suoi cilenti che sta scommettendo contro i titoli sovrani europei e si sta proteggendo con i Cds. Il fondo hedge di Paulson ha in gestione 24 miliardi di dollari e lo scorso anno ha perso il 51% scommettendo sula ripresa americana. Paulson è sicuro che l'euro presto scomparirà.

mercoledì 11 aprile 2012

La svalutazione europea

Due analisi di Goldman Sachs spiegano che per ottenere una bilancia commerciale sostenibile il Protogallo ha bisogno di ottenere una riduzione reale del suo tasso di cambio del 35%, la Grecia del 30%, la Spagna del 2'% e l'Italia del 10-15%. L'Irlanda è invece già tornata competitiva. Con un'inflazione media del 2% nella zona euro, cioè prezzi su del 4% nelle economie forti e prezzi fermi nelle economie non competitive il Portogallo e la Grecia avrebbero bisogno di 15 anni per completare l'aggiustamento svalutativo, la Spagna di 10, l'Italia di 5-10 anni.


dal Ft