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martedì 26 novembre 2013

La ripresa? Occhio allo shopping di Natale

Attenti agli acquisti, da qui a Natale. Sarà lo shopping delle pros­sime settimane a dirci se l’e­conomia italiana l’anno pros­simo migliorerà in maniera significativa. Parola di Mario Deaglio, uno dei più autore­voli economisti italiani: «Se le cose funzionano dovremo a­vere un miglioramento lieve già nei consumi natalizi». L’indicazione del professore piemontese (un’indicazione, non una previsione, dato che «nell’economia attuale fare previsioni è molto più diffici­le rispetto a vent’anni fa») può essere presa come la massima sintesi del più com­plesso ragionamento conte­nuto nel Diciottesimo rap­porto sull’economia globale e l’Italia, frutto della collabo­razione tra il Centro di ricer­ca Luigi Einaudi e Ubi Banca.
Contano gli acquisti di Nata­le perché al centro della crisi italiana c’è la paura di spen­dere. «Le famiglie sono anco­ra solide dal punto di vista fi­nanziario, ma hanno paura del futuro – spiega Deaglio –. Quindi contraggono i consu­mi e piuttosto comprano Btp». Ecco che allora «supe­rare la paura di compiere ac­quisti necessari e già rinviati» è un passaggio fondamenta­le per fare ripartire la nostra economia, e quindi «è com­prensibile che si ragioni sui 200 euro in più o in meno...». L’acquisto non più rimanda­to può essere il fattore capa­ce di fare girare verso l’alto la curva della crescita italiana. L’alternativa e un lieve recu­pero e un’immediata stabi­lizzazione su bassi livelli. Se­condo l’analisi del Centro Ei­naudi, per dare più forza a questa risalita debole attesa per il primo trimestre del­l’anno prossimo occorrono poi altri due passaggi: il pri­mo è ricominciare a ragiona­re per settori, nel senso di de­cidere su quali punti di forza puntare per i prossimi anni; il secondo è recuperare i soldi pubblici sprecati e usarli per «iniziative produttive». Ba­sterà? No, se l’Europa non ci aiuta e non facciamo le rifor­me: «All’Eurogruppo a Spa­gna e Francia hanno avuto più tempo per aggiustare i conti, noi no. Se la Germania su questo fosse più leggera a­vremmo quei 4-5 miliardi in più che ci aiuterebbero a spingere la ripresa. Se però poi non facciamo le riforme possiamo avere comunque una ripresa, ma una ripresa breve: andiamo a sbattere su­bito contro un tetto molto basso e dopo 6-8 mesi ci tro­veremo di nuovo nelle diffi­coltà di prima, ma senza nes­suno disposto a farci credito»
 Bisogna proteggere i fili d’er­ba della ripresa dalla gelata (e infatti Fili d’erba, fili di ripre­sa è il titolo dello studio del Centro Einaudi). Vale per l’I­talia ma anche per gli altri. A partire dalla Francia, dove, se­condo Deaglio, «hanno per­so il controllo dell’econo­mia ». Non c’è area del mon­do che oggi sia al riparo dal rischio di una crisi economia: non gli Stati Uniti, dove lo Sta­to e i cittadini sono sempre più indebitati (il tasso di in­solvenza sui prestiti per l’u­niversità, nota l’economista, è allo spaventoso livello del 30%); non la Cina, dove si va verso una società «modera­tamente prospera», ma non ricca; non il Giappone, che sta sperimentando politiche mo­netarie 'kamikaze' per com­battere un declino ormai ven­tennale. La vecchia Europa non sta certo meglio, tra na­zioni che cercano di proteg­gere il loro cortile con misu­re protezionistiche e movi­menti di protesta sociale che combattono la stessa idea di Unione Europea. In questo momento, conclude Deaglio, molto dipende da quello che si deciderà a Berlino: «Sono passati due mesi dalle elezio­ni e ancora i tedeschi pren­dono tempo sul nuovo go­verno. Tengono tutto in so­speso. È pericoloso: se la Ger­mania sbaglia l’Europa è ve­ramente a rischio». 

da Avvenire

giovedì 29 agosto 2013

Il processo alla grande crisi

«C’ è un sacco di gente che sente di a­vere subìto un torto da Jp Morgan ma non può permettersi di pren­dersela con un’enorme banca. Non dovrebbe essere così». Ha ragione Leonard Blavatnik, uno che martedì ha ottenuto dal giudice di farsi risarcire 50 milioni di euro dalla banca d’affari americana. Blavatnik è uno dalle spalle abbastanza larghe per prendersela con chi vuole. Ucraino emigrato negli Stati Uniti da ra­gazzo per studiare prima alla Columbia e poi a Har­vard, ha fatto fortuna azzeccando un investimento giusto dopo l’altro e oggi, a 56 anni, ha un conto da 16 miliardi di dollari che ne fa il 44esimo uomo più ricco del mondo. Ha fatto causa a Jp Morgan perché nel 2006 un suo fondo aveva affidato alla banca 1 mi­liardo di dollari da investire con una strategia “con­servativa” e invece i trader hanno puntato forte sui ti­toli basati sui “subprime”. In due anni gli hanno bru­ciato 100 milioni. Il miliardario Blavatnik sarà par­zialmente rimborsato e sugli ingannati incapaci di difendersi ha ragione davvero; ma se tutte le vittime finanziarie delle scorrettezze che negli anni prima della crisi le banche d’affari americane avevano or­ganizzato per mangiarsi i soldi dei clienti potessero permettersi di chiedere il conto, a Wall Street reste­rebbe una manciata di superstiti.

Non sarà questa distru­zione per via giudiziaria che alcuni si augurano, ma 'il processo alla gran­de crisi' in America è ini­ziato e sta più che inner­vosendo qualche ban­chiere. Ancora Jp Mor­gan, la più grande ma an­che la più tormentata delle banche d’affari a­mericane. Il giorno dopo la vittoria di Balvatnik è emerso che la Fhfa, l’agenzia che regola il mercato del credito immobiliare Usa, ha chiesto alla banca 6 miliardi di dollari come risarci­mento per i titoli basati sui mutui 'subprime' che Jp Morgan ha venduto alle agenzie Fannie Mae e Fred­die Mac, poi salvate dallo Stato con un intervento da 42 miliardi. È la richiesta di rimborso più grossa fat­ta a una banca d’affari per quanto fatto negli anni della crisi. Delle altre 17 banche messe sotto accusa dalla Fhfa tre hanno già accettato di pagare. La sviz­zera Ubs, l’unica che ha comunicato l’importo della 'sanzione' ha chiuso la vicenda con 885 milioni. Se il parametro sarà lo stesso difficilmente Jp Morgan se la caverà con meno di 5 miliardi.

Vedremo. Nel frattempo un altro processo alla gran­de crisi si è appena chiuso con un successo dell’ac­cusa. Il 1° agosto la giuria di Manhattan ha giudicato colpevole di 6 dei 7 reati contestati Fabrice Tourre, ex trader di Goldman Sachs. Il caso è esemplare: Tour­re per Goldman aveva lavorato alla costruzione di A­bacus, un derivato imbottito di altri derivati basati sui mutui che erano stati scelti dal John Paulson. La banca nel 2007 aveva venduto il prodotto ai clienti o­mettendo un dettaglio non indifferente: Paulson a­veva scelto i titoli perché voleva scommetergli con­tro con il suo 'hedge fund'. Una tipica trovata pre-Lehmann. Lo spericolato finanziere ci ha fatto 1 mi­liardo di dollari, i clienti della banca hanno perso al­meno
 altrettanto. Lo sconosciuto trentaquatrenne Tourre, in questa sto­ria, ha pagato per tutti. Però via via che le intricate vi­cende degli anni che hanno portato al crollo mondiale del 2008 si dipanano con l’aiuto dei magistrati ame­ricani, anche ai sopravvissuti della crisi viene chiesto conto delle loro scelte. In tribunale, come testimone, potrebbe finirci Ben Bernanke. Maurice 'Hank' Greenberg, ottantottenne fondatore ed ex proprieta­rio del colosso assicurativo Aig, pretende che il capo della Federal Reserve spieghi davanti ai giudici per­ché nel 2008 decise di salvare Aig togliendone il con­trollo ai suoi azionisti. Secondo il vecchio Greenberg il banchiere centrale in realtà ha voluto salvare Gold­man Sachs, che con il fallimento di Aig avrebbe per­so almeno 20 miliardi di dollari. Il giudice ha convo­cato Bernanke come testimone, ma il governo ame­ricano sta facendo di tutto per evitare al governatore uscente questo passaggio in tribunale. Una scelta che certamente non aiuterà a tranquillizzare chi sospet­ta che in questo grande processo alla crisi Washing­ton abbia ancora qualcosa da nascondere. 
da Avvenire

sabato 17 agosto 2013

La grande fuga dai titoli Usa

È bastato che Ben Bernanke suggerisse con molta cautela che forse, se l’economia americana continuerà a migliorare, la Federal Reserve nei prossimi mesi potrebbe iniziare a ridurre il suo massiccio rifornimento mensile di denaro fresco al sistema finanziario (sono 85 miliardi di dollari al mese) per provocare una storica sbandata dei titoli di Stato americani. A giugno, ha comunicato nel giorno dell’Assunta il dipartimento del Tesoro, la quantità di titoli di Stato in mani straniere è diminuita di 57 miliardi di dollari, a 5.600 miliardi totali. Non è stato solo il terzo mese consecutivo di uscita degli investitori internazionali dal debito americano: da quando il ministero diffonde le cifre (e sono 36 anni) una fuga dai titoli del Tesoro come quella di giugno non si era mai vista.

A vendere, e questo è ancora più preoccupante per Washington, sono i suoi due maggiori creditori: la Cina, il cui portafoglio di titoli americani si è ridotto da 1.297 a 1.276 miliardi, e il Giappone, che ha tagliato i suoi investimenti a stelle e strisce da 1.103 a 1.083 miliardi. Da soli i due colossi asiatici valgono il 70% delle vendite di titoli del debito pubblico americano. Peggiora ulteriormente lo scenario il fatto che le vendite non siano concentrate solo sui titoli pubblici. Gli investitori internazionali hanno iniziato quella che sembra una fuga da tutti i tipi di titoli statunitensi: le azioni delle imprese (-26,8 miliardi), le loro obbligazioni (-5 miliardi), i titoli delle agenzie governative (-5,2 miliardi).

Non si può dire che questi numeri siano stati una sorpresa per Bernanke. Già sui mercati secondari i titoli del Tesoro avevano scontato subito l’apertura a una possibile riduzione delle politiche ultra-aggressive. Anche a Wall Street le cadute degli indici azionari erano state fragorose. Per fermare l’emorragia (e qualcuno sospetta su pressione governativa), nelle settimane successive il presidente della Fed ha corretto le posizioni della banca centrale, facendo capire che c’è fretta di uscire dal piano di stimolo. I dati di luglio, che saranno diffusi il mese prossimo, mostreranno se il passo indietro avrà riportato gli investitori a puntare sugli Usa. Se i numeri indicassero che la fuga va avanti, per Lawrence Summers e Janet Yellen, i due candidati alla successione di Bernanke alla guida della Fed, si prospetterebbe un debutto da incubo.


da Avvenire

giovedì 11 luglio 2013

I sussidi di disoccupazione negli Stati Uniti

Il sistema di sussidi alla disoccupazione negli Stati Uniti è stato costruito 75 anni fa, durante la grande crisi. La norma, per i singoli Stati, è offrire per 26 settimane un assegno pari in media alla metà del reddito che il disoccupato era abituato a ricevere. In casi di crisi particolarmente gravi lo Stato centrale poteva intervenire a garantire i finanziamenti per qualche settimana aggiuntiva (a volte si è arrivati a 99 settimane di sussidio).
Nove Stati hanno tagliato a 20 le settimane massime di sussidio di disoccupazione, altri 6 Stati hanno ridotto gli assegni o ristretto i criteri per poterli ottenere.
dal Wsj

giovedì 13 giugno 2013

Secondo Pimco il mondo rischia un'altra recessione

L'Europa non può andare avanti ancora a lungo «cavandosela alla bell’e meglio» tra un’economia che non cresce e un’unione monetaria perennemente traballante. Secondo Pimco – colossale fondo di investimento che gestisce più di 2mila miliardi di dollari – nel giro di 3-5 anni il Vecchio Continente arriverà a un bivio. Da un lato ci sarà la strada buona dell’Europa più unita: quindi integrazione fiscale, unione bancaria, riforme per aumentare la flessibilità e più legittimazione democratica per Bruxelles. Dall’altro lato ci sarà la strada cattiva, con l’insolvenza di una grande economia (Spagna o Italia) e la sua uscita dall’unione monetaria. Mentre procede verso quel bivio, l’Europa rischia di ritrovarsi «zombificata»: non cresce, chi presta soldi agli Stati e alle banche rischia di essere chiamato a gestirne il salvataggio (come è successo in Grecia e a Cipro), la Bce prende tempo e le riforme necessarie a rilanciare l’economia creano scontento sociale, alimentando i partiti euroscettici.
Certo, lo scenario disegnato da Pimco nel suo "Secular Outlook" è discutibile, però il fondo ha costruito la sua visione per i prossimi 3-5 anni mettendo assieme le analisi dei suoi migliori manager e contributi autorevoli come quelli dell’ex presidente della Banca Mondiale Robert Zoellick o di Elena Salgado, ministro delle Finanze spagnolo tra il 2009 e il 2011. Ed è in base a queste previsioni che il fondo sta facendo le scelte di investimento a lungo termine sui soldi che gestisce. Trattandosi di una cifra superiore al Pil italiano, difficilmente ci si può accontentarsi di analisi superficiali.
L’idea di base è che fino al 2006 il mondo avesse trovato uno «squilibrio stabile» con una crescita gonfiata in maniera artificiale. Lo squilibrio si è risolto con la crisi, che ha creato un nuovo equilibrio al ribasso, con il ridimensionamento delle grandi economie e la crescita di nuove potenze. Oggi quell’equilibrio è altamente instabile ed entro il 2018 si risolverà. Forse con un ritorno a una potente crescita mondiale o forse con una nuova recessione. Per Pimco al 60% sarà recessione.
L’Europa, secondo lo studio presentato a Milano dal manager Saumil Parikh, non sarà l’unica ad andare verso un bivio. Lo stesso capiterà al Giappone: da un lato se la politica fiscale e monetaria ultra-aggressiva che sta sperimentando il nuovo premier Shinzo Abe funzionerà Tokyo nel giro di qualche anno tornerà a una crescita equilibrata; dall’altro se l’esperimento nipponico fallirà (e Pimco tende a pensare che andrà così) il Giappone non riuscirà a ritrovare la crescita e a causa del fiume di denaro riversato nel sistema sarà meno competitivo di adesso. Più tranquillo lo scenario per Stati Uniti e Cina. I primi dovrebbero raggiungere una «velocità di crociera» del 2%, ma devono riuscire a passare da una crescita assistita dalla spesa pubblica a una crescita autonoma. A Pechino l’espansione del Pil rallenterà al 6-7,5%. La Cina dovrà riuscire a passare da un modello di crescita export-dipendente a uno basato sui consumi interni. «È la grande sfida dei prossimi 18 mesi» avverte Pimco. L’alternativa è l’esplosione della bolla del credito cinese. Naturalmente è pericolosissima.

mercoledì 17 aprile 2013

L'oro di Cipro

Il punto 29 del piano di salvataggio di Cipro prevede la vendita delle riserve d'oro del paese per incassare 400 milioni di euro. Secondo i numeri del Fondo monetario internazionale Cipro ha 13,9 tonnellate d'oro. Con un euro dollaro a 1,3 e l'oro a 1.375 dollari una tonnellata d'oro vale circa 32 milioni di euro. L'intera riserva aurea di Cipro quindi oggi vale 445 milioni. Se la quotazione del'oro, in euro, scendesse di un altro 10%, però, anche vendendo tutto il suo oro Cipro non potrebbe rispettare i requisiti imposti dall'Europa.
da Zerohedge


martedì 16 aprile 2013

La produttività in Italia

Grafico da un'analisi diffusa oggi di Credit Suisse: il Pil per ore di lavoro dell'Italia è il penultimo tra quelli delle economie avanzate. Peggio di noi solo il Giappone, che sta disperatamente cercando di rilanciarsi, e la Grecia, che è fallita.








lunedì 15 aprile 2013

Alla Germania mancano lavoratori

Ursula von der Leyen, ministro del Lavoro tedesco, spiega che in Germania c'è il problema del calo della forza lavoro: "La popolazione in età lavorativa della Germania sta calando. Se guardi ai prossimi 15 anni, se non cambiamo il nostro modo di lavorare - e questa è la soluzione - avremo 6 milioni di potenziali lavoratori in meno nel mercato del lavoro, una cifra che vale più o meno la popolazione della Baviera".
dal Ft

martedì 2 aprile 2013

Le condizioni del salvataggio di Cipro, spiegate

L'Europa presterà al governo cipriota 10 miliardi di euro da restituire in 22 anni a un tasso del 2,5%.
La Laiki Bank viene incorporata nella Bank of Cyprus, dove nei conti correnti la cifra che eccede i 100 mila euro sarà così gestita: il 37,5% dei depositi sarà convertito in azioni della banca, un altro 22,5% sarà trattenuto come cuscinetto e potrebbe essere parzialmente o totalmente convertito in azioni se fosse necessario. Ai correntisti resta il controllo sul restante 40% (ma per ora possono gestire solo il 10% di quel denaro).

giovedì 21 marzo 2013

Perché Cipro non può riaprire le banche

 Cipro non lascerà riaprire le ban­che finché non avrà trovato u­na soluzione. Non basta vota­re contro il prelievo di 5,8 miliardi dai conti correnti concordato dal premier Nicos Anastasiades con l’Europa: or­mai i soldi messi in banca si sono rive­lati possibili provviste di emergenza del governo, appena ne avranno occa­sione i legittimi proprietari si affrette­ranno a ritirare quel denaro per por­tarlo in rifugi più sicuri. La chiusura delle banche, imposta dal governo ci­priota martedì scorso, è stata quindi prolungata fino a martedì prossimo (sfruttando anche un altro lunedì di vacanza). Per altri cinque giorni nem­meno un euro dei 70 miliardi deposi­tati nei conti delle banche dell’isola po­trà muoversi. Solo quando il salvatag­gio sarà definito bancomat e sportelli torneranno ad essere operativi.
Da qui a martedì il governo di Anasta­siades dovrà trovare una soluzione. Michalis Sarris, il suo ministro dell’E­conomia, è a Mosca per trattare un possibile aiuto dal Cremlino. Ha chie­sto al collega russo Anton Siluanov di prolungare di 5 anni, dal 2016 al 2021, la scadenza del prestito da 2,5 miliar­di che la Russia ha concesso a Cipro due anni fa, di ridurre il tasso di inte­resse di quel finanziamento (oggi al 4,5%) e di aggiungere un nuovo aiuto da 5 miliardi di euro. Sono richieste pesanti, ma Mosca, scrivono i giorna­li ciprioti, potrebbe ottenere in cam­bio quote negli enormi e non sfrutta­ti giacimenti di gas al largo dell’isola, pezzi di società pubbliche privatizza­bili (banche comprese) e proteggere i 20 miliardi di euro depositati a Cipro da cittadini russi.
Mentre il ministro Sarris tratta con i russi su scenari che portano il Paese fuori dall’euro, Anastasiades prosegue il negoziato con l’Europa per non la­sciare la moneta unica. Secondo le in­discrezioni il premier ha proposto alla troika un 'piano B' in cui avrebbe tro­vato 4,2 miliardi spostando intera­mente sui titoli di Stato ciprioti gli in­vestimenti dei suoi fondi pensione ma che includerebbe anche un prelievo sui depositi bancari oltre i 100mila eu­ro. Il piano sarà presentato oggi ai lea­der dei partiti che, se lo approvassero, arriverebbe subito in Parlamento. L’i­dea però non ha convinto i tecnici di Unione europea, Banca centrale e Fon­do monetario, che hanno giudicato la proposta poco praticabile e non suffi­ciente. Ora si sta lavorando a un 'pia­no C'. Nell’attesa la Banca centrale europea resterà ferma: da giugno fornisce alle tre banche di Cipro – Banca di Cipro, Laiki e Hellenic – 8 miliardi attraver­so il programma di emergenza Ela. È una cifra che vale il 50% del Pil ci­priota, senza garanzie sul salvataggio Draghi non farà altre concessioni. La crisi di Cipro nasce proprio dalle dif­ficoltà del suo sproporzionato siste­ma bancario (vale 8 volte il Pil) che dopo avere perso 3,5 miliardi investi­ti su titoli greci ora ha bisogno di 12 miliardi per non collassare.
Nicosia si è cacciata in un guaio che sta facendo emergere pesanti tensioni geopolitiche tra Mosca e Bruxelles, ma la sua economia è comunque poca co­sa: con 17,5 miliardi ha un Pil inferio­re a quello della sola Umbria. Per que­sto gli investitori non sono troppo spa­ventati. Ieri le Borse sono andate be­nissimo, con Milano che, spinta dalle banche, ha guadagnato il 2,2%, facen­do meglio di Parigi (+1,4%), Fran­coforte (+0,7%) e Londra (-0,1%). Più che alle notizie in arrivo da Nicosia, le Borse badavano a quelle che sarebbe­ro venute da New York, dove, a merca­ti europei chiusi, la Federal Reserve ha confermato che andrà avanti con le sue politiche ultra-espansive finché la ri­presa americana non sarà soddisfa­cente.

da Avvenire di oggi

mercoledì 13 marzo 2013

Lo squilibrio generazionale. Nuovi numeri di Bankitalia

In uno studio diffuso qualche settimana fa dalla Banca d'Italia (gli autori sono Laura Bartiloro e Cristiana Rampazzi) si vede con chiarezza il rapido peggioramento della condizione economica dei giovani in Italia.
In particolare:

  • nel 1991 gli italiani con meno di 35 anni avevano il 17% della ricchezza. Questa quota è scesa fino al 7,8% del 2006 e al 5,2% del 2010. Nello stesso ventennio la quota di ricchezza in mano ai 35-44enni è scesa dal 19,7 al 15,9% e quella dei 45-54enni si è ridotta dal 25,1 al 21,4%. Nel frattempo la ricchezza dei 55-64enni si è portata dal 18,8 al 24,4% e quella degli ultra 65enni sono balzate dal 19,3 al 33,1%.
  • nel 1991 gli italiani under-35 avevano il 17,6% delle attività finanziarie, quota crollata al 3,9% del 2010 e anche in questo caso sono salite solo le quote dei 55-64enni (dal 17,7 al 29,1%) e quelle degli ultra 65enni (dal 20,6 al 34,5%).
  • stessa dinamica per la ricchezza immobiliare. In questo caso quella degli under 35 si è ridotta dal 15,7 al 5,3%, quella degli over 65 è andata dal 20,9 al 34,5%.
  • altro dato impressionate, il rapporto tra ricchezza e reddito: per gli ultra 65enni è passato da 3,7 a 7,5; per gli under-35 è calato da 2,5 a 1,8.

lunedì 4 marzo 2013

L'euro forte che piace ai tedeschi

L'attuale situazione dell'euro va benissimo per i tedeschi: diverse stime -riportate oggi dal Sole 24 Ore - dimostrano che per la realtà dell'economia tedesca l'euro oggi vale ancora troppo poco. "Deutsche Bank calcola  che per gli esportatori tedeschi, più competitivi la «soglia della  sofferenza» con l'euro forte è a 1,54 sul dollaro, per la Francia a 1,24, per l'Italia a 1,17. Conclusioni analoghe da Morgan Stanley, secondo cui la parità teorica è a 
1,33 per la media dell'area euro, ma all'1,53 per la Germania, a 1,23 per la Francia, a 1,19 per l'Italia. Euro quindi, ai livelli attuali, appunto attorno a 1,33/1,34, ancora sottovalutato nel primo caso, largamente sopravvalutato negli altri due". Nello stesso tempo Berlino continua a chiudere l'anno con enormi surplus commerciali (quelli che, in una situazione normale, rivaluterebbero una moneta). Nel 2012 il surplus è stato di 16,8 miliardi, il più alto di sempre.





I sindacati contro l'austerità dell'Olanda

In un'Olanda assomiglia sempre più a un paese dell'Europa del sud adesso c'è un problema con i sindacati: Il governo centrista di Mark Rutte, in carica da 4 mesi, ha varato nuove misure di austerità da 4 miliardi di euro per raggiungere gli obiettivi europei (l'obiettivo è riportare il deficit sotto il 3% l'anno prossimo, senza tagli sarebbe al 3,4%). In autunno sono state varate misure di austerità per 16 miliardi complessivi. Le nuove misure prevedono il congelamento dei salari degli statali e nuove tasse. Il capo del sindacato Fnv ha definito le misure "stupide e sconsiderate". L'economia dell'Olanda l'anno scorso si è contratta dell'1%. Per quest'anno ci si attende un calo dello 0,5%.

mercoledì 27 febbraio 2013

Per domare lo spread, teniamo buona la Merkel

Sbaglia chi dice che i merca­ti stanno punendo l’Italia perché si è rivelata più 'an­ti- Europa' di quanto si pensasse. «Se c’è qualcuno che è sicura­mente poco filo-Europa quelli so­no i trader. È curioso: il problema dell’Europa, per chi la guarda da Londra o New York, è la crescita, non il debito. Gli investitori si chiedono quello che si chiede Paul Krugman: come può il Vec­chio Continente sopportare tut­ta questa austerità?». Alessandro Fugnoli, strategist della società di gestione del risparmio Kairos, in­vita a guardare le cose da una pro­spettiva un po’ diversa.
La Borsa precipita e lo 'spread' si allarga. Se non è una punizio­ne
 sembra quanto meno il sinto­mo di una certa preoccupazio­ne.
L’ingovernabilità spaventa non perché l’Italia potrebbe abban­donare certe misure di austerità, ma perché potrebbe nascere un governo più ostile alla Germania. Il problema, infatti, non sta nei fondamentali, ma in quello che pensa la Germania.

In che senso?

Prendiamo la Spagna. Aveva pro­messo che avrebbe fatto un defi­cit del 4,5%. A un certo punto ha rinegoziato le condizioni e ha ot­tenuto di potere arrivare al 6%. Alla fine il rosso è stato del 10%. Madrid ha mancato clamorosa­mente i suoi obiettivi di bilancio ma sui mercati non c’è stato nes­suno scossone. Sa perché? Perché
 alla Germania andava bene co­munque, la Merkel ha apprezza­to la buona volontà di Rajoy e non ha voluto esasperare le cose. Gli investitori lo hanno capito.
Anche l’Italia può contare su que­sta accondiscendenza tedesca?

Sicuramente, ma serve un gover­no che in qualche modo 'renda o­maggio' all’Europa, un esecutivo
 che non esageri nei toni ostili ver­so la Merkel. Fino alle elezioni te­desche di settembre, Berlino si potrebbe accontentare della no­stra buona volontà. La nuova dot­trina economica europea, non detta ma praticata, dice che gli scostamenti nel bilancio sono ac­cettati ex post. Conta la volontà. Già lo stiamo sperimentando: è passato il criterio che quando parliamo di deficit parliamo di quello 'strutturale', non del de­ficit complessivo. Corretto per il ciclo economico, il concetto di deficit è molto più elastico.
Però lo spread è già balzato sopra i 340 punti. Possiamo sperare che trovi un nuovo equilibrio a que­sti
 livelli?
Sicuramente vedremo più varia­bilità di quella degli ultimi mesi.
 Ma non credo che rivedremo i 500 punti. La nostra situazione, an­che con questa instabilità politi­ca, non è terrificante. Per fare im­pennare lo 'spread' occorrereb­be un governo apertamente osti­le ai tedeschi e all’Europa. A quel punto Berlino saprebbe come al­zare la temperatura con qualche dichiarazione pesante: i governi e Bruxelles sanno bene quali sono le formule giuste per istigare lo 'spread'. I tedeschi teorizzavano proprio l’uso del differenziale in chiave pedagogica...
Pensa che l’Italia dovrà alla fine fare ricorso al salvagente della Banca centrale europea?

Credo che si possa evitare l’ac­cesso al programma Omt. La si­tuazione non è certo terrificante. Ma serve anche la buona volontà
 di capire che non possiamo con­tinuare ad aumentare il nostro debito: non tanto per rispettare i criteri europei, ma per il nostro bene. Non possiamo andare a­vanti senza fare nulla nella spe­ranza che alla fine ci salverà co­munque qualcun altro.
Certo, difficilmente il prossimo governo vorrà essere ricordato come quello che ha invitato l’Eu­ropa a salvare l’Italia.

Sì, c’è uno 'stigma' negativo non indifferente, però l’esecutivo po­trà sempre dare la colpa al gover­no precedente. E ci sono comun­que dei rischi: in questi anni di crisi della zona euro abbiamo im­parato che non c’è niente di irre­versibile, nemmeno i salvataggi.


da Avvenire di oggi

giovedì 21 febbraio 2013

La straordinaria lettera di Maurice Taylor al governo Hollande

Fra qualche anno la lettera con cui Maurice M. Taylor Jr., presidente e amministratore delegato di Titan, spiega a Arnaud Montebourg, ministro dello Sviluppo economico del governo Hollande, che non ha nessun interesse a comprare la fabbrica di pneumatici di Amiens potrà essere una pietra miliare emblematica delle ragioni della crisi industriale ed economica della Francia e dell'Europa.

mercoledì 13 febbraio 2013

Il Giappone chiede alle aziende di alzare gli stipendi


Nella sua lotta alla deflazione il primo ministro Shinzo Abe ha tentato una nuova arma: scrive il Wsj che il premier ha invitato le maggiori aziende ad alzare gli stipendi, così da rompere il ciclo di pessimismo e calo delle aspettative che ha peggiorato la crisi. Gli stipendi dei giapponesi sono diminuiti in 8 degli ultimi 10 anni.

martedì 29 gennaio 2013

La Germania si prepara al caos

Secondo un rapporto di Phoenix Capital la Germania ha passato gran parte degli ultimi due anni a prepararsi per il caos finanziario globale. In particolare:

  1. Ha introdotto la possibilità legale di lasciare l'euro rimanento nell'Ue
  2. Ha modificato il suo fondo Soffin, per la stabilizzazione dei mercati, con 480 milardi di euro a disposizione.
  3. Ha introdotto la possibilità di chiudere le frontiere per 30 giorni (per impedire a cittadini o capitali di lasciare il paese).
  4. Ha creato un gruppo di lavoro che studia l'impatto economico di un'uscita della Grecia dall'euro.
  5. Sta ritirando il suo oro dalla Francia e dagli Stati Uniti.


mercoledì 9 gennaio 2013

Aig vuole i soldi indietro


Robert Benmosche, dal 2009 capo di American International Group, mercoledì scorso ha portato al consiglio di amministrazione la proposta di una causa legale contro il governo per le condizioni del salvataggio dell'azienda. La causa è stata preparata da Starr International, ex grande azionista di Aig nonché società di Maurice R. "Hank" Greenberg, 88enne amico di Benmosche e storico ex amministratore delegato di Aig. L'azienda vuole la restituzione di 25 miliardi di dollari. Aig questa settimana ha fatto partire una campagna di stampa per ringraziare i cittadini americani per l'aiuto pubblico ricevuto e sottolineare che il salvataggio ha fatto guadagnare al governo 22 miliardi di dollari. Starr sostiene che il governo ha applicato al salvataggio un tasso di interesse del 15%, violando la proprietà privata e i diritti costituzionali degli azionisti. Il salvataggio di Aig, iniziato nel settembre del 2008, costò alla Fed e al Tesoro Usa 182 miliardi di dollari.
dal Wsj


sabato 5 gennaio 2013

Per la Napoleoni la ripresa così è impossibile

Travolti dall’enormità dei loro debiti, certi Stati dell’euro hanno rinunciato a governarsi e si sono affidati ad altri, che li ge­stiscono badando ai propri – legittimi – interessi. Ora sono in un tunnel di recessione il cui sbocco saranno pesanti tensioni sociali. Tra quei Pae­si c’è anche l’Italia. L’econo­mista Loretta Napoleoni lo ha scritto in Democrazia vende­si , un libro che esce oggi ed è un’analisi cupa della crisi del­l’euro. «Non sono cose che penso solo io – avverte subi­to–. Le dicono in tanti, e tra questi ci sono molti premi Nobel. Ad esempio Paul K­rugman o Joseph Stiglitz» Leggerla non è un bel modo per cominciare l’anno che, nelle previsioni, dovrebbe chiudersi con l’inizio di una debole ripresa. 
Il fatto è che per l’Italia, co­me per la Spagna o per la Gre­cia, una ripresa in queste condizioni non è possibile. Il 'fiscal compact' ci impone una ingessatura inevitabil­mente recessiva. Per rincor­rere obiettivi di finanza pub­blica decisi a Bruxelles noi stiamo strozzando le piccole e medie e imprese, l’unico motore rimasto alla nostra e­conomia. Qui a meno di una straordinaria innovazione tecnologica non abbiamo più nulla che possa farci riparti­re. Andiamo verso un impo­verimento che ci riporterà u­na condizione che non vede­vamo dalla fine della guerra. Con un debito pubblico al 120% del Pil l’Italia aveva al­ternative all’austerità? 
Le alternative ci sono ancora, e credo che finiremo per u­sarle, perché ridurre il debito in questo modo è impossibi­le e socialmente insostenibi­le. Abbiamo bisogno di un ta­glio netto e forzato che coin­volga le banche, come quel­lo applicato alla Grecia. Dal punto di vista finanziario è possibile farlo. Lo dovrebbe fare l’Italia ma ne avrebbero bisogno quasi tutti, la Spagna ma anche la Francia... Queste insolvenze non ucci­derebbero l’euro? 
Lo costringerebbero a cam­biare. La moneta unica è sta­ta fatta male, perché tratta al­lo stesso modo sistemi eco­nomici nazionali che sono molto diversi. Favorisce solo i tedeschi e le nazioni del Nord. Dopo questi tagli del debito si dovrebbe ripartire da un 'euro a due velocità', un’ipotesi che infatti già cir­cola da diverso tempo. Le economie in difficoltà però hanno anche problemi che non riguardano i conti pubblici... 
I Paesi della periferia dell’eu­ro hanno da molti anni pro­blemi di competitività che sono peggiorati rapidamen­te dopo la perdita dell’indi­pendenza monetaria. Non è solo 'svalutare la lira'...una moneta è una componente dinamica di un sistema eco­nomico, deve potersi muo­vere assieme agli altri ingra­naggi. Con l’euro abbiamo bloccato la moneta per ade­guarla a esigenze altrui. Stia­mo vedendo che non funzio­na. Lo scenario che descrive as­somiglia a una rivolta del Sud Europa contro la Ger­mania. È realistico?
Ovvio, è difficile. Il problema è che i politici dei Paesi della periferia dell’euro hanno u­na debolezza psicologica che gli impedisce di mettersi as­sieme e condurre le loro bat­taglie; gli manca l’orgoglio degli inglesi, gli unici capaci di non farsi guidare dagli al­tri. In Italia, poi, c’è molta i­deologia e questo ci impedi­sce di metterci assieme an­che al nostro interno quan­do dobbiamo difendere gli interessi nazionali. E io cre­do che l’impoverimento del Paese sia un tema di interes­se nazionale da contrastare mostrandoci uniti. Se la po­litica continuerà a non capir­lo rischiamo pericolose ten­sionisociali. 

da Avvenire

venerdì 4 gennaio 2013

La Spagna si compra Bonos col fondo pensioni

La Spagna sta facendo comprare titoli di Stato anche anche al fondo pubblico con cui garantisce le pensioni.  Il fondo ha investito in Bonos circa il 90% dei 65 miliardi di euro del suo patrimonio. A settembre, per la prima volta nella storia, il governo ha prelevato 3 miliardi dal fondo per pagare le pensioni. A novembre lo ha fatto di nuovo, prelevando 4 miliardo. I due prelievi hanno superato il limite legale annuo, per cui il governo ha dovuto alzare il tetto. Quest'anno Madrid dovrà raccogliere 207 miliardi sui mercati (186 miliardi nel 2012).