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mercoledì 30 ottobre 2013

Huawei, le reti cinesi più usate e temute

 Davvero anche Pechino può ascolta­re le nostre telefonate? Giuliano Ta­varoli – ex brigadiere, poi responsa­bile della sicurezza di Pirelli e quindi di Te­lecom Italia, grande protagonista dello scan­dalo del 'dossieraggio' illegale risolto, nel suo caso, con un patteggiamento a 4 anni e mezzo di reclusione – la settimana scorsa lo ha detto esplicitamente in un’intervista al Mattino : «Nessuno ricorda che Telecom ac­quistava e acquista apparecchiature di rete dalla cinese Huawei, un po’ come mettersi il nemico in casa. Che ci spia da tempo».

Era inevitabile. Emerso lo scandalo della N­sa americana si è aperta la grande caccia mondiale alla spia, e Huawei non poteva sperare di restarne fuori. Se c’è un’azienda sospetta è questo colosso basato a Shenzen, una società da 140mila dipendenti e 27 mi­liardi di euro di fatturato che quest’anno è diventata il primo gruppo mondiale nelle componenti delle reti di telecomunicazione nonché il terzo maggior produttore di te­lefonini al mondo. Un anno fa a Washington l’Intelligence Committee della Camera ha dichiarato che le cinesi Huawei e Zte sono
 una minaccia alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti, quindi ha chiesto di escluderle da ogni collaborazione con il governo e ha scon­sigliato alle aziende di fare affari con loro. Sempre per motivi di sicurezza, pochi mesi prima era stata l’Australia a tenere fuori i ci­nesi dalla gara per la rete a banda larga, e il nuovo governo australiano ha già fatto sa­pere che confermerà quella decisione. Nel 2010 era stata l’India a scegliere di evitare l’acquisto di apparecchiature dai cinesi, ci­tando sempre motivi di sicurezza. Anche nelle Nazioni con cui ha un rapporto privi­legiato, questo colosso è guardato con qual­che timore: la sede centrale di Huawei solo qualche giorno fa è stata visitata da George Osbone, il cancelliere dello Scacchiere, e dal 2011 il responsabile per la sicurezza del grup­po è John Suffolk, ex capo dell’ufficio infor­matico del governo inglese; eppure a luglio l’esecutivo di Cameron ha detto chiara­mente che i controlli sul ruolo di Huawei nelle telecomunicazioni in Gran Bretagna sono stati «non sufficientemente robusti».

A inizio settembre Enrico Letta ha ricevuto Sun Yafang, la presidente di Huawei. Dopo l’Inghilterra, l’Italia è il secondo mercato eu­ropeo per questa azienda, che qui collabo­ra con tutti i grandi operatori telefonici, ha 700 dipendenti e investirà un miliardo di dollari in cinque anni. I rapporti tra Roma e Shenzen sono «ottimi», assicura Roberto Loiola, l’italiano responsabile di Huawei per tutta l’Europa occidentale. Se le accuse di Tavaroli «non meritano nemmeno un com­mento, perché la sicurezza è una questione seria», quelle degli Stati Uniti e di altri Paesi secondo Loiola si spiegano con «motivi po­litici ». E il rapporto con Telecom? «Lavoria­mo con Telecom come con altri 500 opera­tori di telecomunicazioni in tutto il mondo. I problemi di sicurezza delle reti non posso­no essere visti in un contesto solo naziona­le, va analizzata tutta la catena: ci sono i di­spositivi, come i telefoni, la rete di accesso, quella di trasporto... è molto complesso. Poi c’è un altro aspetto: temono il fatto che sia­mo cinesi, ma i nostri componenti sono rea­lizzati in tutto il mondo. Abbiamo calcolato che ci sono meno componenti cinesi nei no­stri telefoni che nell’iPhone». Certo, se il fondatore e gran­de capo di Huawei, Ren Zhengfei, non avesse inizia­to la sua carriera lavorando come ingegnere per l’Eserci­to Popolare di Liberazione forse l’azienda sarebbe guar­data con più tranquillità in giro per il mondo. Anche l’as­setto di controllo della so­cietà è un po’ misterioso. Cathy Meng, figlia di Ren, ha spiegato che suo padre con­trolla l’1,4% delle azioni, il re­sto è diviso tra le migliaia di dipendenti. Loiola conferma che è così. In rete però gli ap­passionati di storie di spio­naggio cercano da mesi di re­cuperare la copia di
 Cajing Magazine del settembre del 2012: conteneva un’analisi precisa sulla struttura di con­trollo di Huawei ma ufficiali del governo cinese l’hanno ritirata dalle edicole poche ore dopo la pubblicazione. C’è poi il caso di Shane Todd, a cui il Financial Times ha dedicato un’inchiesta lo scorso febbraio: Todd era un giovane ingegnere america­no, lavorava a Singapore su un progetto tra il centro di ricerca governativo Ime e Huawei. Doveva sviluppare un amplificatore basato sul nitrito di gallio, un semiconduttore ca­pace di resistere a temperature estreme u­sato nell’illuminazione, nelle stazioni te­lefoniche ma anche in apparecchiature mi­­litari, ad esempio come disturbatore di se­gnali radar. Todd è stato trovato impiccato nel bagno di casa sua una settimana prima del suo rientro negli Stati Uniti. La famiglia del ragazzo sospetta dall’inizio che l’inge­gnere sia stato ucciso per evitare che rac­contasse alle autorità degli Stati Uniti i det­tagli di quel progetto. La corte di Singapore ha chiuso il caso definendolo un suicidio e l’ambasciata americana ha accettato que­sta conclusione.La sfida globale a colpi di cavi, intercetta­zioni e modelli di telefonini evidentemente sta dando molto da lavorare ai diplomatici.

da Avvenire