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martedì 19 novembre 2013

Il trio dell'agenda digitale

Dieci anni fa, quando l’Eurostat ha iniziato a raccogliere le statistiche sulla diffusione delle connessioni veloci a Internet, in Europa c’erano un paio di nazioni straordinariamente avanti, una manciata di Paesi innovativi e una larga maggioranza di Stati dove la banda larga non c’era proprio. L’Italia faceva parte dell’ultimo gruppo.
Abbiamo almeno provato a recuperare, all’inizio: nel 2005 la percentuale di famiglie italiane raggiunte da collegamenti veloci era salita al 13%, una quota che ci assegnava il diciottesimo posto in un’Europa dove la banda larga raggiungeva il 23% dei cittadini. Non sarà stato un grande risultato, ma è il migliore che siamo stati capaci di raggiungere. Negli anni successivi ci siamo lasciati sorpassare quasi da tutti e siamo scivolati alle ultimissime posizioni. Gli ultimi dati, quelli del 2012, dicono che con una percentuale di famiglie a banda larga salita al 55% siamo ancora lontani dalla media europea (è al 72%) e siamo più "moderni" solo di Bulgaria, Grecia e Romania. La tecnologia, però, non ci aspetta. Perché in questo decennio si è anche sviluppata la banda ultralarga, con connessioni che vanno almeno a 30 Megabit al secondo, quando non a 100. È in questa tecnologia che l’Italia dà il peggio di sé: la rete superveloce raggiunge il 14% delle nostra famiglie, la media europea è del 53,8%. Siamo ultimissimi in classifica, a 7 punti percentuali di distanza dalla Grecia, penultima, e a 10 dalla Francia, che chiude il terzetto degli "arretrati". In Irlanda, quart’ultima, le famiglie con la banda ultralarga sono il 42,1%.
Ecco perché il lavoro accettato da Francesco Caio, l’ex manager di Omnitel che il governo a giugno ha designato nuovo responsabile dell’Agenda Digitale per l’Italia, è un mestieraccio. Siamo terribilmente indietro e abbiamo pochi soldi da investire per recuperare. Nel testo della legge di Stabilità, per intenderci, continuano ad apparire e scomparire i soldi per completare la diffusione della banda larga nel centro nord. E sono 20 milioni, appena più di niente. Per fortuna che l’Europa ci dovrebbe dare una mano. L’Italia riceverà circa 35 miliardi di euro di fondi strutturali da Bruxelles tra il 2014 e il 2020. Il premier Enrico Letta, alla fine del vertice europeo di fine ottobre che era proprio dedicato all’Agenda Digitale, ha promesso che il 10% di quei fondi sarà investito nello sviluppo della banda larga.
Ieri il presidente del Consiglio, partecipando a una conferenza sull’Italia organizzata a Roma dal Financial Times, ha dato un’accelerata. Ha nominato due esperti internazionali per aiutare Caio ad analizzare lo stato della nostra rete e definire quali investimenti bisognerà fare «perché l’Italia possa essere competitiva». Con l’aiuto dei due esperti – Gerard Pogorel dell’Università ParisTech e Scott Marcus, ex advisor della Federal Communication Commission americana – Caio entro la fine dell’anno consegnerà al governo un rapporto con i risultati dell’indagine. La parte più interessante sarà il conto finale. I tre fisseranno gli investimenti «che qualunque proprietario della rete dovrà raggiungere». Telecom Italia, attuale proprietaria della rete, e Telefonica, suo grande azionista ispanico, sono avvertite.
da Avvenire di oggi

giovedì 17 gennaio 2013

Le vendite di Apple in Cina vanno male davvero

Per risollevarle l'azienda ha deciso di avviare dei piani di finanziamento per i cinesi che fanno acquisti sull'Apple on line store. Un finanziamento a 12 mesi è gratuito, a 18 ha un interesse del 6,5%, a 24 mesi dell'8,5%. Si possono finanziare fino a 30 mila yuan (4.800 dollari).
dal Ft

mercoledì 7 novembre 2012

I mostruosi margini sull'iPad Mini

Questo ottimo schema del Wsj basato su dati Ihs illustra con precisione i costi di produzione del nuovo iPad mini e di 2 prodotti concorrenti. Apple su ogni iPad mini venduto fa un margine del 43%: dei 329 dollari del modello base, 141 sono utili della casa produttrice (presumibilmente con il cambio euro-dollaro vicino a 1,3 l'utile realizzato in Europa è superiore di un 20-30%). La Microsoft conta di fare ancora più profitti con Surface (il margine è del 55%), mentre sul Kindle Fire della Amazon il margine è ridottissimo (17%). Sui modelli più costosi dell'iPad mini il margine cresce: 278 dollari sul modello da 429 dollari (il 32 giga, margine del 65%) e 350 dollari su quello da 529 dollari (il 64 giga, margine del 66%). Considerando che alla conference call del 25 ottobre Peter Oppenheimer, responsabile finanziario del gruppo, ha ammesso che i margini offerti dell'iPad mini sono "significativamente inferiori alla media del gruppo" ci si può rendere conto di come la Apple possa chiudere i bilanci con risultati mostruosamente enormi.